Come è cambiato l’atteggiamento al viaggio dopo la pandemia

Partiamo dalla mente” è una rubrica ideata per esprimere la nostra sincera vicinanza a tutti gli adolescenti che vogliono vivere un’esperienza che cambia la vita. Come tutte le esperienze importanti, anche questa non priva di  difficoltà che necessitano innanzitutto di una maggiore comprensione dal punto di vista psicologico.

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La pandemia e tutte le restrizioni che ha comportato non hanno scoraggiato una grande porzione di studenti e studentesse che chiedono sempre più di voler partire per fare nuove esperienze all’estero.

Nei colloqui che ho svolto recentemente, con adolescenti che intendono partire per un periodo di studio all’estero, alla domanda “cos’è che ti spinge a fare questa esperienza?” ho ricevuto risposte davvero sorprendenti.

 

Cosa vuol dire studiare all’estero per un adolescente?

Molti studenti e studentesse vedono l’opportunità di effettuare un viaggio studio per studiare all’estero come un obiettivo irrinunciabile per la propria crescita personale. Questo mi ha confermato che i ragazzi, forse più degli adulti, hanno appreso uno dei principali insegnamenti della pandemia: bisogna cogliere al volo ogni occasione che promuova un benessere o una crescita per se stessi, piuttosto che considerarla una semplice opzione.

Il viaggio è la metafora della ricerca, della scoperta del nuovo, non solo attraverso il mondo esterno, ma soprattutto passando per la conoscenza di sé. 

Quale miglior periodo, se non quello dell’adolescenza, rappresenta meglio l’esperienza di un viaggio? Il desiderio di scoprire quali siano le risorse e le aspirazioni che “abitano dentro di sé” accompagna la persona durante tutto il periodo dell’adolescenza. Per scoprirlo, bisogna conoscersi, trovarsi a faccia a faccia con se stessi, e domandarsi quale possa essere il proprio percorso. 

Non è insolito, perciò, che a quest’età emerga la curiosità di sapere cosa vuol dire vivere da soli, in un altro posto, dove niente e nessuno risulta familiare. L’evasione è anche una forma di trasgressione, con l’obiettivo di uscire dagli schemi che fino a quel momento hanno guidato le intenzioni della persona. Evadere dalla quotidianità è un passaggio necessario per sperimentare il nuovo, proprio come accade ad un viaggiatore o una viaggiatrice incuriositi dalla visita di un luogo sconosciuto. 

 

Come è cambiato l’atteggiamento al viaggio dopo la pandemia
Lo conferma la ricerca

Il viaggio, e nel nostro caso il viaggio studio, non è certo privo di timori, così come non lo è il percorso verso il mondo adulto: paura di perdersi, di non essere capace e di non riuscire mai a diventare ciò che si vorrebbe essere. Ma c’è anche la paura, più recente, di non riuscire a partire, perché, come purtroppo abbiamo avuto modo di sperimentare, c’è il rischio di rimanere bloccati o che ci venga impedito di raggiungere una meta. Ora per fortuna questo rischio si sta riducendo, ma è importante sottolineare che la pandemia ha avuto effetti sul modo in cui percepiamo gli spostamenti. 

Negli ultimi due anni, il modo di intendere il viaggio ha subito alcune variazioni. La psicologa Francesca Di Pietro, esperta in Psicologia del Turismo, ha condotto una ricerca sul cambiamento degli atteggiamenti al viaggio post quarantena [1]. 

Rivolgendosi ad una community di persone abituate a viaggiare, ha notato che, dopo la pandemia, le persone erano più propense ad organizzare viaggi immersi nella natura e verso posti più isolati. La ricerca della natura può essere letta come il desiderio di entrare maggiormente in contatto con se stessi. In parte, potremmo attribuire questa tendenza al fatto che, durante i periodi di quarantena, siamo stati “costretti” a focalizzare l’attenzione su noi stessi, quindi ad interrogarci su quali fossero i nostri obiettivi e i nostri limiti. È possibile che il tempo dedicato a questa forma di introspezione abbia spinto alcune persone ad approfondire la conoscenza di sé. 

Allo stesso tempo, secondo lo studio sarebbe aumentata in molti la voglia di socializzare e di condividere il tempo con le persone che non abbiamo visto per mesi. 

Mi sono chiesta se l’abitudine a stare distanti abbia influenzato anche il nostro atteggiamento verso la lontananza.

 

Ascolta l’esperienza di Anita: un anno all’estero in Canada (Podcast) >

 

La tecnologia come antidoto alla lontananza

La distanza fisica ha provocato sofferenze e mancanze che sono state controbilanciate con l’utilizzo della tecnologia. Questo cambiamento non è stato subito apprezzato, perché per molti comunicare attraverso uno schermo è considerata una modalità “fredda” e anche insensata. Tuttavia con il passare del tempo ci abbiamo fatto l’abitudine e credo che in questo cambiamento possa essere rintracciato un aspetto positivo. Non solo l’uso di strumenti compensativi ha alleggerito il peso della lontananza, offrendoci la possibilità di rimanere in contatto in svariati modi, ma credo anche che abbia avuto effetti sul modo in cui percepiamo la distanza. Forse ora ci sembrerà normale incontrarci con meno frequenza e passare più tempo in videochiamata e sarà anche meno doloroso stare lontani per un lungo periodo. 

Anche in questo caso credo che i giovani abbiano accolto prima degli altri questa novità, valorizzando sin da subito l’uso della tecnologia, piuttosto che screditandolo.

È stato dimostrato che i più giovani vivono le interazioni virtuali come una parte integrante della loro vita sociale e non come un’alternativa. Non è immediato comprendere questo cambiamento, ma può essere molto utile avvicinarsi al loro modo di intendere la distanza, per sostenere al meglio coloro che desiderano partire per un viaggio studio.

 

Beatrice Moretti
Psicologa specializzata in Psicologia dello sviluppo e membro di Sinapsyche.

 

[1] Di Pietro, F. IL CAMBIAMENTO DELL’ATTEGGIAMENTO AL VIAGGIO POST QUARANTENA

 

 

 

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